di Manuela Andaloro

negazionisti sostengono che il pianeta si sia sempre raffreddato e riscaldato. Questo, in base a quanto ci è dato sapere ad oggi dalla scienza, è presumibilmente vero. Ma la grossa differenza con il passato è che il raffreddamento e riscaldamento avvenivano in migliaia di anni; non in una manciata.
E la Terra prima d’ora non aveva mai dovuto fare i conti con miliardi di consumatori e inquinatori, sino a poco fa felici di esserlo. L’effetto serra, le temperature anomale, la desertificazione non sono ideologia. Negarle ai primi freddi è come sostenere, come detto da uno scienziato a Trump, che la fame nel mondo non esiste perché si è appena mangiato un Big Mac.

Status quo scientifico e analisi socio-economica

Tutte le ricerche scientifiche più recenti e gli stessi rapporti delle Nazioni Unite, che si basano sull’analisi e la revisione di migliaia di studi, dicono che la temperatura media della Terra sta aumentando a una velocità preoccupante, con ripercussioni sempre più evidenti: da eventi meteorologici più intensi ed estremi, come tempeste e uragani, a ondate di calore anomale (solo in Europa questa estate ce ne sono state tre), agli scioglimenti dei ghiacci ai Poli e sulle catene montuose, all’ innalzamento dei mari.

Sulla base dei dati e delle serie storiche, l’intera comunità scientifica concorda sul fatto che le attività umane abbiano contribuito sensibilmente al riscaldamento globale.
La produzione di anidride carbonica, derivante dalle attività industriali e dal grande consumo di combustibili fossili, ha comportato un aumento dell’effetto serra oltre quello naturale, impedendo alla Terra di disperdere parte del calore accumulato dalla radiazione solare. Senza una cospicua riduzione dell’anidride carbonica, dicono gli scienziati, sarà impossibile ridurre l’aumento della temperatura media globale.
Markets Insider riporta un recente rapporto di Goldman Sachs sull’impatto dei cambiamenti climatici sulle città di tutto il mondo che non lascia spazio a dubbi né a soluzioni blande.

Tra i principali avvenimenti troviamo:

• Ondate di caldo più frequenti, più intense e di maggior durata

• Eventi atmosferici devastanti come tempeste, uragani, inondazioni e incendi

• Evoluzione accelerata delle malattie

• Cambiamento nell’agricoltura e scarsità di cibo

• Diminuzione drastica dell’acqua disponibile sul pianeta

LA SCENA INTERNAZIONALE

Lunedì 23 Settembre a New York si è tenuto un incontro straordinario sul cambiamento climatico organizzato dalle Nazioni Unite, ma per molti l’incontro non ha portato a grandi risultati né portato a impegni concreti da parte dei paesi più industrializzati per ridurre la produzione di emissioni inquinanti. Molte parole, molte frasi fatte, buoni propositi, poche strategie effettive.
Nessuna promessa dalla Cina, nessuna dichiarazione dagli Stati Uniti, o dall’India, confermando il sostanziale disinteresse sul tema più importante del secolo da parte di tre dei paesi più inquinanti al mondo.
Sembra che la tendenza dei Paesi con vertici sovranisti, e i partiti a forte matrice populista, non reputino l’emergenza climatica degna di nota.

Bilancio negativo quindi?

Dipende. I delegati che partecipano a tali incontri istituzionali appartengono in larga parte, per cultura e per età, alla generazione che è stata la causa scatenante del problema, la generazione della crescita economica a tutti i costi, costi quel che costi. E che in molti casi è insofferente al problema, se non a parole, a fatti. Ma il futuro, della nostra società e del nostro pianeta, appartiene molto meno ai 50-60enni di oggi, e molto più
ai 15-40enni di oggi.

C’è una generazione più giovane e più consapevole, di culture ed età, che abbraccia principi ben diversi. Che non ha (ancora) accesso in larga misura agli incontri istituzionali e alle piattaforme politiche e governative, ma che ha trovato il modo di far sentire la propria voce.

Venerdì 27 settembre, oltre 4 milioni di giovani e meno giovani (8 milioni secondo altre stime) di tutto il mondo sono scesi pacificamente nelle piazze per far sentire la loro voce, per unirsi ad uno sciopero del clima avviato in diversi paesi del mondo per chiedere azioni e impegno serio sul cambiamento climatico.

Il vertice del 23 settembre potrà forse avere fallito, ma ha mostrato di aver cambiato la conversazione sui cambiamenti climatici sulla scena internazionale. I leader mondiali hanno osservato che un tale evento non sarebbe accaduto senza la pressione dei giovani.

Overshoot Day

Le ferie estive per chi ha figli piccoli sono solitamente un momento per cercare una lunghezza d’onda comune, passare più tempo insieme e trovare il modo di affrontare gioie e problemi quotidiani insieme, cercando un minimo comune denominatore generazionale. Da quando hanno memoria, i miei figli di 6 e 4 anni, trovano immancabilmente rifiuti sulle spiagge (che siano lidi tenuti alla perfezione o spiagge libere, nessuno purtroppo è immune all’inquinatore seriale, ineducato e poco colto) e plastica nei mari. Da quando hanno memoria la sottoscritta legge immancabilmente un quotidiano al giorno e prova a tradurre in un linguaggio a loro comprensibile, e a commentare le notizie giornaliere, applicando il filtro del senso comune su quanto possa essere comprensibile e processabile dalle loro menti in questa fase così importante.

In questo contesto durante le ultime ferie estive mi sono trovata a cercare di spiegar loro cosa fosse l’ Oversthoot day, che quest’anno è avvenuto il 29 luglio. 5 mesi prima della fine dell’anno.
L’“Oversthoot day” è il giorno in cui, se il pianeta Terra fosse un’azienda, sarebbe in bancarotta. Non è solo una metafora per spiegare cosa sia il sovrasfruttamento, è la realtà dei fatti scientifici.

1970: L’INIZIO DEL TRACOLLO

Nel 1970, quando la popolazione era costituita da poco più di 3 miliardi di individui, i nostri bisogni non richiedevano alla natura molto più di quanto questa offrisse. In questo anno infatti l’Overshoot Day è caduto il 29 dicembre. Da qui in poi, il tracollo è stato esponenziale. Nel 1971 la data è stata il 20 dicembre e, già nel 1976, il 16 novembre. Negli anni ottanta e novanta siamo passati da novembre a ottobre. Con il nuovo millennio, l’Overshoot Day è caduto ogni anno sempre prima, arrivando nel 2012 al 22 agosto. Questo significa che in 234 giorni abbiamo speso il patrimonio che avremmo dovuto utilizzare in 365 giorni. Nel 2018 si e’ calcolato al 1 agosto. E nel 2019, al 29 luglio. Ogni paese ha un Overshoot Day differente, per i paesi più ricchi come si può immaginare cade molto presto, il 24 maggio in Italia, il 4 aprile in Svezia, il 15 marzo negli Stati Uniti e addirittura il 9 febbraio in Qatar, per ovvie ragioni. Dall’altro lato della bilancia abbiamo quasi tutti gli stati africani, che non hanno mai raggiunto un Overshoot Day e che paradossalmente possono meno permettersi di affrontare i danni causati dalla crisi climatica.

Vegetarianismo e crisi climatica?

Di recente c’è stato un aumento di popolazione che, consapevole del collegamento tra alimentazione umane e crisi climatica, ha deciso di diventare vegetariana. Ma è davvero più ecologico diventare vegetariani?
La semplice risposta è sì, perché l’impatto ambientale dell’industria dei cibi animali è al momento catastrofico ed è destinato a crescere.

Secondo le statistiche i livelli di produzione di carne sono destinati a passare dai 309 milioni di tonnellate nel 2013 a 465 milioni nel 2050, quando la popolazione mondiale avrà superato i 9 miliardi di abitanti. Abbiamo già assistito negli ultimi 50 anni a un impressionante aumento dei consumi, cresciuto di 5 volte rispetto a prima, a cui ha corrisposto un aumento del numero di animali allevati, un peggioramento qualitativo della carne e in generale dell’industrializzazione del settore dell’allevamento.

Le nostre scelte alimentari incidono drammaticamente sul pianeta: secondo una ricerca effettuata dall’ONU l’allevamento di carne è responsabile per il 18 per cento di gas serra e 37 per cento di emissioni di metano.
L’attuale crescente richiesta massiccia di produzione di carne richiede la crescita costante del numero degli allevamenti intensivi, con conseguenze negative per l’ambiente e la salute umana (dosi massicce di farmaci veterinari e antibiotici utilizzati sugli animali da macello per scongiurare i rischi di epidemie, che poi vengono a loro volta assorbiti dall’uomo che si nutre di tali animali, con le molteplici conseguenze che a sua volta questo ciclo innesca) ovvie rispetto agli allevamenti a gestione familiare o sostenibile, ovvero biologici o all’aperto, che naturalmente non posso sostenere la richiesta massiccia del mercato.

Inoltre, a causa dell’allevamento di animali si perde in media un ettaro di foresta amazzonica ogni 8 secondi (fonte: Greenpeace). Negli ultimi 10 anni si sta cercando di far comprendere ai consumatori che il consumo della carne è uno dei principali responsabili dell’abbattimento del 70% delle foreste, in particolare dell’Amazzonia, la più grande foresta pluviale del mondo.
Con scarsi risultati.

Anche tralasciando per un momento l’aspetto animalista (in un recente video della CIWF Italia Onlus, vengono denunciati i principali problemi degli allevamenti intensivi, con un occhio in particolare alla sofferenza animale: il video si conclude con uno slogan “la verità fa vendere meno”) è innegabile che diminuendo i consumi di carne e prestando maggiore attenzione alla qualità si potrà determinare un’inversione di marcia verso consumi più etici e sostenibili, tanto in termini di impatto ambientale quanto di benessere umano e animale.