di Manuela Andaloro

È un pomeriggio dell’autunno del 2008 a Londra, siedo in auto accanto al CFO dell’azienda per cui lavoro,
Jeff, faccio parte del management team di una società internazionale di servizi finanziari con sedi a Londra e Singapore,
stiamo andando a una riunione poco fuori Londra. Siamo nei dintorni di Maidenhead, cittadina residenziale e affluente nei pressi della più industriale Slough, o della più conosciuta Windsor, nord-ovest della capitale del Regno Unito. Jeff è britannico, corretto, calmo, competente ed empatico, abbiamo una buona intesa lavorativa. Parliamo della vita in centro città, dove risiedo io, italiana trentenne con 10 anni di carriera alle spalle, e della vita fuori Londra, dove risiede Jeff con la sua famiglia, lui di mezz’età, figli quasi teenager.

“Londra è davvero una città cosmopolita, c’è una grande integrazione di cui andare fieri” commento a un certo punto, “Vero, ma non credo che spesso non ci viene riconosciuto, l’essere aperti all’immigrazione e accoglienti non è una qualità riconosciuta ai britannici,
e poi ci sono migranti e migranti, tutta l’accoglienza, l’apertura… ho paura che ci si possa ritorcere contro a un certo punto” risponde Jeff in uno slancio che mi fa oggi intravedere alcune delle radici di Brexit.
“In che senso?” domando io. “You see, we don’t all really feel European, for starters, we drive on the right side of the road!”. Jeff la butta sul ridere ma colgo la frustrazione, vari pensieri occupano la mia mente, ma cambiamo argomento e torniamo a parlare del cliente che stiamo per incontrare.

Questa conversazione mi torna in mente all’indomani del referendum su Brexit, il 24 giugno 2016, in un momento di sorpresa per
un risultato da me inaspettato. Leggo uno dei reportage più precisi mai fatti sulla vita a Londra: “The stories you never hear, the
people you never see” (ndr. This is London, Ben Judah). “Londra negli occhi dei suoi mendicanti, banchieri, poliziotti, gangster,
badanti, prostitute e stregoni. Londra raccontata da arabi, afgani, nigeriani, polacchi, rumeni e russi”, un’opera che apre gli occhi su una realtà che nella mia business life, o nella private life nella pittoresca Notting Hill, tra conferenze e client meeting nella City, awards dinner a Park Lane e viaggi di lavoro, avevo poco colto nei miei cinque anni a Londra, e come me milioni e milioni di persone.

Tornano in mente le policy per l’immigrazione dall’Est Europa permesse da Cameron e le storie, le vite di cui quasi non ci si accorge, ma che hanno un impatto vitale sulla cultura e sulla politica di un Paese. L’immigrazione è stata usata come argomento scottante e punto dolente nelle campagne “Leave”, l’ONS (Office of National Statistics, Ufficio Statistiche Nazionali), l’ha indicata come la preoccupazione principale dei britannici nella primavera del 2016. Quella visione fu incoraggiata dalle campagne “Leave”, che dichiararono (falsamente, si scoprì poi) che rimanere nella UE avrebbe significato avere un afflusso di 5,23 milioni di ulteriori immigrati.

Nelle settimane precedenti al referendum, politici che sostenevano Brexit, come Penny Mordaunt e Michael Gove, affermarono
(ancora falsamente, si scoprì poi) che la Gran Bretagna sarebbe stata esposta a un’ondata di immigrazione musulmana proveniente dalla Turchia, se questa fosse entrata a far parte dell’UE.

“Con le gravi minacce di terrorismo in aumento, è difficile capire come sarebbe nel nostro interesse aprire le dogane a 77 milioni di cittadini turchi e creare una zona senza dogane dall’Iraq, Iran e Siria verso il canale della Manica” affermò Gove durante un evento “Leave” pre-referendum. Il Comitato di eliminazione della discriminazione razziale, un organo ONU, accusò i politici britannici di fomentare l’odio razziale e di aver causato un forte aumento di crimini a sfondo razzista durante e successivamente alla campagna
referendaria.

In Ctrl Alt Delete: How Politics and the Media Crashed Our Democracy, uscito nel 2018, Gove disse all’autore, Tom Baldwin, che se fosse stato solo per lui, la campagna referendaria sarebbe stata diversa. Davvero? Nel 2017, Theresa May promise di tagliare drasticamente di “decine di migliaia” gli immigrati e di chiudere il libero movimento, il diritto dei cittadini europei che vivono in UE di spostarsi negli Stati membri. Alla fine, qualunque sforzo in questa direzione fu abbandonato durante le negoziazioni. Ma a quel punto, a metà del 2018, il tasto dolente non era più l’immigrazione, problemi più gravi erano adesso sotto la lente. In base alle
statistiche ONS della primavera del 2018, le nuove preoccupazioni dei britannici con Brexit alle porte erano alloggi, costo della vita,
sanità e sistema previdenziale.

Ogni medaglia ha due rovesci

Il partito dei “Remain” non fu da meno in termini di errori di calcolo. Quando la campagna “Leave” ebbe la meglio, il primo ministro David Cameron diede le dimissioni, dopo aver affermato ripetutamente per mesi che a prescindere dal risultato sarebbe rimasto. L’allora Cancelliere George Osborne disse che una vittoria dei “Leave” avrebbe portato un “immediato e profondo shock alla nostra economia”. Quello shock avrebbe causato una repentina recessione e causato la perdita di mezzo milione di posti di lavoro. L’economia non subì forti contrazioni e il livello di disoccupazione rimase invariato.

Altre previsioni, come quella di Bank of England, International Monetary Fund, the Organization for Economic Cooperation and
Development e Institute for Fiscal Studies, parlarono in maniera accurata di una crescita più lenta, in linea con gli altri Paesi ricchi del G7. Intorno alla fine del 2018, l’economia britannica raggiunse i minimi di crescita del decennio, e la sterlina per allora aveva perso oltre il 14% del valore che aveva pre-referendum. Ad oggi molte aziende multinazionali si sono trasferite o sono in procinto di farlo, e vari business e settori iniziano a fare fatica. Non esattamente un’apocalisse, ma neanche un segnale che la Gran Bretagna stia avendo quel “successo titanico” che Boris Johnson aveva predetto sarebbe arrivato con Brexit. Tra previsioni e
confusione, una cosa rimane chiara: se Brexit avverrà, sarà tutto tranne che la visione che era stata originariamente venduta all’elettorato che l’aveva richiesta.

Lo stato dei fatti dimostra che, come in molti altri Paesi, i “Remainers” e i “Leavers” rappresentano elementi diversi di uno stesso Paese e lati opposti della stessa medaglia. A volte la guerra si combatte nel proprio petto. Il grande dibattito pubblico degli ultimi due anni ha diviso famiglie e rotto amicizie, ma ha anche portato alla luce i legami che creano e mandano avanti un Paese.

L’uso della storia

I “Brexiteers” hanno spesso fatto riferimento al concetto di “indipendenza”. È un sogno nobile, condivisibile. Fondato sul ruolo storico della Gran Bretagna di nazione fiera che ha ripetutamente combattuto per la propria libertà. Nel 18esimo secolo la Gran Bretagna resistette contro il sogno Borbone di una egemonia europea. All’inizio del 19esimo secolo aiutò a liberare l’Europa dalle dominazioni napoleoniche, affrontò il nazismo in Germania nel 1940.
Ma questo non è il 1939 o la battaglia di Waterloo del 1815. La storia si fa e rifà in continuazione. L’Unione europea non è una
dittatura, come lo fu quella della Francia napoleonica. Né può essere paragonata al nazismo, una irresponsabile analogia che è diventata un brutto cliché e mostra una imperdonabile mancanza di comprensione del vero orrore della recente storia europea.
Un linguaggio simile è accettabile in un’era in cui tutti i partner europei sono delle democrazie e nessuna rappresenta la minima minaccia a impugnare le armi contro la Gran Bretagna?

La classe politica e l’ordine globale

Dove sono i Churchill e le Thatcher? Dove sono gli statisti che hanno fatto grande il Regno Unito? Lo spettacolo offerto dalla classe politica britannica di oggi è sconsolante: quello cui stiamo assistendo è il declino dell’élite di una nazione che una volta dominava un impero vasto dal Canada all’Australia. E le conseguenze possono coinvolgere tutta l’Europa.
A Westminster l’accordo sulla Brexit raggiunto da Theresa May con la UE è stato bocciato tre volte, e anche tutte le indicazioni e ipotesi di un’alternativa sono state bocciate. No a una soft Brexit ma no anche alla sua revoca, no a un secondo referendum ma no anche al nodeal (l’uscita senza accordi). Theresa May ha tracciato, all’inizio delle trattative, delle linee rosse che non sarebbe poi stata in grado di rispettare e in cui è finita intrappolata. Brexit significa fine del mercato unico, dell’unione doganale, della libertà di circolazione, della giurisdizione europea, aveva proclamato: ma non aveva spiegato al Paese il baratto necessario fra sovranità e prosperità. Più si guadagna in termini di indipendenza politica, più si perde in termini di integrazione economica.

I laburisti di Jeremy Corbyn hanno fatto fatica e non sono riusciti a presentare nessuna alternativa credibile negli ultimi due anni e
mezzo. Le contraddizioni di Corbyn sulla Brexit sono dovute a un elettorato così vasto e diverso che spazia da elettori liberal metropolitani che pranzano con avocado toast nei caffè di Londra agli operai del nord che convivono con immigrati mal visti e spesso poco istruiti. Il risultato purtroppo è un nulla di fatto dal punto di vista dei laburisti “Remainer”.

Il problema è forse più vasto e ha radici nei cambiamenti delle classi dirigenti. In passato in Gran Bretagna, come in molti Paesi del primo mondo, i più brillanti delle migliori famiglie abbracciavano la carriera politica, una carriera fino a pochi anni fa considerata di grande prestigio. Ma negli ultimi decenni la chiara preferenza di chi poteva scegliere è andata alla finanza, alle grandi aziende, al mondo corporate e all’imprenditoria.
La lezione degli ultimi due anni che la Gran Bretagna ha portato a casa è che il Paese funziona molto meglio dentro la UE anziché
fuori. Nella UE infatti gode di un alto rispetto – sono stati dei politici britannici per esempio a scrivere le regole del mercato unico – e ha voce in capitolo su ogni riforma, più che da ostile vicino. Questa è forse una delle virtù più importanti dell’Unione, in un’epoca in cui vediamo con allarme nuove forze che guidano lo spaventoso collasso dell’ordine globale raggiunto dopo le devastanti guerre mondiali.

L’emergenza davanti agli occhi di tutti è quella di un sistema aggressivo di blocchi protezionisti.
In queste nuove e pericolose circostanze è molto rischioso fare affidamento unicamente sulla World Trade Organization (WTO),
eppure la WTO è fondamentale per il modello economico voluto dai Brexiteer. La WTO, sotto attacco dall’America di Trump e dalla
Cina di Xi Jinping, sta perdendo la propria abilità di assicurare un libero mercato di merci e servizi. Nell’era di Trump e Xi, affidarsi alla WTO per quanto riguarda il libero commercio è paragonabile all’affidarsi esclusivamente alle Nazioni Unite per proteggere i diritti umani: quello che possono offrire sono risoluzioni, sicuramente ben intenzionate, ma impotenti se a sé stanti.
I promotori della campagna “Leave” dissero che Brexit sarebbe stata “facile e veloce” (ndr. quick and easy). Dissero che accordi commerciali con tutti i Paesi UE sarebbero stati pronti prima di lasciare l’Unione. Per citare Liam Fox, “L’accordo sulla libera circolazione commerciale che dovremo fare con la UE dovrebbe essere uno dei più facili nella storia dell’uomo”.
Di facile qui si vede poco. Fecero affermazioni esagerate e false sulle finanze della Gran Bretagna post Brexit, usando metodi che poi si è scoperto essere illegali, con oscuri finanziamenti. Forse dovremmo tornare a una proposta che sembra banale, quieta e modesta come spesso è il buon senso. Sospendere Brexit, fare una pausa di riflessione, e solo dopo tornare ad agire su una soluzione che possa tenere in considerazione passato, presente e futuro delle diverse generazioni che saranno toccate dalla decisione più’ importante della storia moderna del Paese.

La più grande decisione con enormi conseguenze a lungo termine che il governo britannico abbia mai preso dalla Seconda guerra mondiale. Una decisione che impatterà in maniera viscerale sulla vita delle prossime generazioni. Qualunque psicologo si dichiarerebbe d’accordo sul momento peggiore per prendere decisioni importanti: quello in cui si soffre di esaurimento e collasso
emotivo, che è lo stato in cui molti politici britannici si trovano al momento. E quella sulla Brexit, adesso che le carte sono scoperte, tutto è tranne che una decisione da prendere senza assoluta e ponderata calma.

BREXIT: un approfondimento

Le radici della Brexit sono da ricercare nel tradizionale risentimento britannico nei confronti dell’Europa. Non a caso la frase di
Winston Churchill “Every time we have to decide between Europe and the open sea, it is always the open sea we shall choose” (“Ogni volta che ci troviamo a dover scegliere tra l’Europa e il mare aperto, opteremo sempre per il mare aperto”) è tra le citazioni più famose del leggendario primo ministro. Inoltre, più di recente, si è diffusa un’insoddisfazione generale in gran parte della popolazione, accoppiata con una buona dose di nuovo nazionalismo e fiancheggiata da populisti senza scrupoli con tattiche manipolatorie dei social media e della stampa locale.
Le profonde divisioni tra popolazione e Parlamento hanno portato a uno stallo politico nel Regno Unito, proprio in un momento in cui l’Inghilterra e il resto dell’Europa hanno bisogno di riforme coraggiose in molte aree. Gli economisti hanno a lungo avvertito degli effetti sociali e politici della “nuova economia”, i bassi tassi di interesse e la globalizzazione. Ma fino a ora la politica europea è rimasta indietro senza adattarsi al cambiamento, intrappolata da propagande populiste di ritorno a tempi passati ormai lontani. Il mondo però non aspetta, mentre l’Europa è impegnata con se stessa.

Le conseguenze sono drammatiche: il vecchio continente è in ritardo rispetto all’economia statunitense e ai mercati emergenti a causa delle sue arcaiche strutture economiche. Con l’Unione europea che accetta di estendere la scadenza per il ritiro della Gran Bretagna
dal blocco, il governo rimane in crisi. Al momento di andare in stampa, Theresa May ha annunciato le proprie dimissioni, commossa, ha affermato di essere “grata di avere servito il mio Paese.”
Il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker ha confermato che resta disponibile al dialogo con il prossimo premier, ma che “la posizione non cambia” e l’accordo di recesso non può essere rinegoziato. Cercare di capire come andrà a finire la Brexit è difficile se non impossibile viste le svolte e gli scenari giornalieri in evoluzione. “Hard Brexit” (l’uscita senza deal con l’UE), è lo scenario peggiore non ancora completamente scontato dai mercati. Un nuovo referendum potrebbe ridurre l’incertezza di molti investitori e dovrebbe portare a un apprezzamento della sterlina britannica, forse prerogativa del successore della May?

Cronologia

La Gran Bretagna ha discusso i vantaggi e gli svantaggi dell’adesione a una comunità europea di nazioni quasi dal momento in cui l’idea è nata: il primo referendum sull’appartenenza all’EU è stato organizzato nel 1975, a meno di tre anni dall’adesione. Nel 2013 il primo ministro David Cameron promette un referendum nazionale sull’adesione all’Unione europea con l’idea di risolvere definitivamente la questione.

Le opzioni che offre sono unicamente “Remain” e “Leave”, con la convinzione che il “Remain” avrebbe potuto vincere facilmente con un grande margine.

Invece, contro la maggioranza delle previsioni, il 23 giugno 2016, quando la crisi dei rifugiati aveva reso l’immigrazione un argomento scottante nella politica europea, tra accuse di menzogne e tattiche fraudolente della sinistra, i britannici hanno votato per la Brexit con il 52% contro il 48%.
Theresa May, l’allora nuovo primo ministro, ha formalizzato l’inizio di questo processo il 29 marzo 2017 invocando l’articolo 50 del trattato di Lisbona, che garantisce a entrambi i “divorzianti” esattamente due anni di tempo per negoziare i termini della separazione. I due anni sono scaduti il 23 marzo 2019, una nuova deadline del 12 aprile è stata formalizzata, ma anche in questo. caso , dopo un ennesimo voto inconclusivo in Parlamento, è stata chiesta una nuova, ultima deadline a Bruxelles, fissata per il 31 ottobre 2019.

Questi due anni non sono stati facili per Theresa May, che ha negoziato per oltre 18 mesi un accordo di divorzio da 46 anni di integrazione economica con l’Unione europea, perdendo un capo di gabinetto dopo l’altro.
L’importanza di un accordo tra il Regno Unito e l’Unione europea risiede nel garantire la più agevole uscita possibile dall’UE sia per
le imprese sia per i cittadini e nel lasciare il tempo alle due parti per negoziare nuovi trattati e stabilire una relazione commerciale permanente. Dopo mesi di negoziati, il Regno Unito e l’UE definiscono un accordo (deal) sulla Brexit che stabilisce l’ammontare che il Regno Unito deve all’UE – circa 39 miliardi di sterline – e regola il destino dei cittadini del Regno Unito che vivono altrove nell’UE e ai cittadini dei cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito. Ma quando Theresa May presenta il suo progetto per approvazione al Parlamento inglese a gennaio di quest’anno viene respinta con un margine storico di 230 voti. Farà ancora due tentativi in seguito, senza successo.

Un punto nodale del Brexit deal negoziato da Theresa May è la questione dell’unico confine terrestre britannico con l’Unione europea: la linea invisibile tra l’Irlanda, un altro Stato membro del blocco UE e l’Irlanda del Nord, che rimane parte del Regno Unito.
Theresa May e il suo omologo irlandese, Leo Varadkar, vogliono evitare a tutti i costi il riapparire di un confine rigido con checkpoint, parte cruciale del 1998 Good Friday Agreement (Accordo del Venerdì Santo) che decretò la pace tra i due governi dopo decenni di violenze nell’Irlanda del Nord. Il Regno Unito e l’UE concordano così di istituire un “backstop”, una sorta di garanzia di sicurezza delle attuali norme europee in materia di standard commerciali e naturalmente della cruciale libera circolazione delle persone, che continuerebbero a essere in vigore nel periodo di transizione in cui i due Paesi avrebbero cercato di concludere i complicati accordi commerciali post Brexit.
Nella sostanza, il “backstop” prevedeva che il Regno Unito rimanesse nell’unione doganale a tempo indefinito, a meno che le due parti si fossero accordate per una sua uscita.

I sostenitori di una Hard Brexit, soprattutto i conservatori, dicono che questa condizione rischia di legare in maniera indefinita il paese all’UE, impedendogli in futuro di concludere liberamente accordi commerciali con Paesi terzi e che quindi non sarebbe una vera Brexit.
Il periodo di transizione citato qui sopra sarebbe stato il periodo di tempo tra il 29 marzo 2019 e il 31 dicembre 2020, per permettere alle imprese e ai cittadini di prepararsi a un passaggio senza intoppi all’inizio alle nuove regole post-Brexit. La libera circolazione sarebbe stata garantita durante il periodo di transizione. Il Regno Unito dal canto suo sarà in grado di negoziare liberamente i propri nuovi accordi commerciali con UE e Paesi terzi, che entrerebbero in vigore dal 1° gennaio 2021.

Questo periodo di transizione è attualmente previsto solo se il Regno Unito e l’UE finalizzassero l’ accordo sulla Brexit, accordo che per quanto riguarda la UE, è finale.

Cosa succede in caso di Hard Brexit, divorzio senza accordo?

Nel caso di Hard Brexit, il Regno Unito reciderebbe tutti i legami con l’UE con effetto immediato, senza alcun periodo di transizione
e senza garanzie sui diritti di soggiorno dei cittadini. Il governo teme che ciò possa causare un’interruzione significativa delle attività commerciali a breve termine, con lunghe code di camion nei porti della Manica. In relazione ai nuovi controlli sui carichi merci, i rivenditori di prodotti alimentari hanno già parlato dei rischi di carenza di prodotti freschi e il servizio sanitario nazionale sta accumulando medicinali, nel caso in cui le forniture provenienti dai Paesi dell’UE vengano interrotte. Ministri del governo e multinazionali con base nel Regno Unito hanno anche messo in guardia contro l’impatto a lungo termine sull’economia britannica.

I conservatori, patrocinatori dell’Hard Brexit, sostengono invece che il Regno Unito risparmierebbe i 39 miliardi di sterline che
deve alla EU, oltre a essere libero di negoziare indipendentemente accordi commerciali più vantaggiosi in tutto il mondo.
Senza un accordo commerciale stabilito i rapporti tra il Regno Unito e l’UE ricadrebbero sotto il controllo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che stabilisce norme per i Paesi che non hanno accordi di libero scambio tra loro, comprese le tariffe e le imposte applicate all’importazione di merci.

Why is it such a big deal?

Da giugno 2016 i viaggi all’estero e i beni importati sono diventati più cari per i britannici, ma le esportazioni dal Regno Unito sono
diventate meno costose. È un quadro complesso, tuttavia gli esportatori, come i produttori di automobili, sono essi stessi importatori, che acquistano materie prime come petrolio o rame.
Mentre i britannici che vivono all’estero, ma hanno diritto a ricevere una pensione dal Regno Unito, hanno visto il loro capitale diminuire a causa della svalutazione della sterlina.
Più di tre milioni di cittadini dell’UE che vivono nel Regno Unito potrebbero essere privati dei loro diritti in base alla nuova legislazione del Ministero degli Interni, che li lascia in un limbo legale dopo la Brexit. L’Unione europea è il più importante mercato di esportazione della Gran Bretagna e la sua più grande fonte di investimenti esteri, e l’inclusione della Gran Bretagna nel blocco europeo ha permesso a Londra di cementare la sua posizione di centro finanziario globale. Il governo si aspetta che
l’economia del Paese cresca dal 4% al 9% in meno nei prossimi 15 anni rispetto alla crescita prevista se rimanesse all’interno del blocco.

La Banca d’Inghilterra, a febbraio. 2019, ha calcolato che il costo di Brexit per l’economia del Paese sia di 40 miliardi di sterline all’anno. Una della promesse fatte da Theresa May sulla Brexit è stata a riguardo della libertà di circolazione, cioè il diritto delle persone provenienti da altre parti d’Europa di trasferirsi in Gran Bretagna e viceversa. Questo rappresenta la vittoria di una fetta più povera della popolazione inglese che vedeva l’immigrazione come una minaccia per il suo lavoro, ma che scoraggia per esempio i giovani britannici che speravano di studiare o lavorare all’estero e gli immigrati altamente qualificati (i cosiddetti “expats”) dallo scegliere la Gran Bretagna come occasione lavorativa.

What comes next?

La nuova estensione del 31 ottobre e il nuovo PM entrante, potrebbero fornire ai sostenitori di un secondo referendum , ed del tempo per costruire il sostegno intono a un “Remain”, che invertirebbe la decisione dei britannici di lasciare del tutto l’Unione europea.

Altri scenari possibili prevedono:

• Lasciare l’UE senza un accordo (hard Brexit)

• Un altro referendum UE (questo può accadere solo se il governo fa avanzare una legislazione per sostenerne uno e la
maggioranza in Parlamento lo sostiene).

• Il Parlamento può bypassare il governo e discutere autonomamente il processo e l’accordo Brexit con la EU.
Inoltre, il ritardo di un accordo sull’uscita del Regno Unito ha costretto Londra a partecipare al voto europeo del. 26-29 maggio 2019, ma una volta che Brexit sarà completata, se questo avverrà, i parlamentari eletti in GB usciranno anche dall’Europarlamento, spostando gli equilibri e rimodulando anche la presenza degli altri Paesi.

Gli eurodeputati scenderanno da 751 a 705, con una parte dei 73 membri britannici che sarà stata redistribuita tra gli altri Paesi. Francia e Spagna sono quelli che ne guadagneranno di più, cinque, seguiti da Italia e Olanda (+3), Irlanda (+2) e un europarlamentare in più a testa per Polonia, Romania, Svezia , Austria, Danimarca, Slovacchia, Finlandia, Croazia ed Estonia.