di Elena Sacco

Nel 2018 il “New York Times” inserì la Basilicata (e Matera soprattutto) nella classifica dei “posti più belli al mondo da visitare”. Mi perdonerà il NYT se dissento per il verbo usato: Matera non è un luogo da visitare, è un vero e proprio ateneo che si erge sopra e sottoterra, e che consente di camminarci sopra-sotto-dentro-lateralmente per apprendere lezioni di pensiero, di prospettive armoniche, di storia dell’Umanità e filosofie universali, e di praticare riflessioni sensoriali.

Non è “roba” per visitatori. Matera è roba per esploratori del Sé, e del Sé in relazione all’Altro, è una risposta alla domanda “sappiamo da dove veniamo ma abbiamo capito dove vorremmo andare e come?”. È per viaggiatrici e viaggiatori senza schemi, per principianti o esperti estimatori dell’immaginazione, per cercatori della sezione aurea espressa attraverso concetti di geniale ingegneria.

Il 18 e 19 gennaio scorso ero a Matera, la rivedevo dopo 25 anni. Ho vissuto due giorni nei quali mi sono lasciata andare, con l’indolenza della viaggiatrice senza programmi, elaborando confronti tra la mia superficiale capacità di osservazione di allora e l’attuale desiderio di guardare nell’anima di un luogo unico al mondo. Ed è solo così che ho potuto comprendere quanto può essere importante, per chiunque, scoprire e imparare dalla storia di Matera e dai materani.

Nicola Lagioia ha recentemente pubblicato il suo monito e le sue speranze sull’investitura di Matera Capitale della Cultura Europea. Ha raccomandato agli organizzatori e ai comitati di pensare seriamente a come cogliere l’opportunità di divenire esempio per l’Europa in profonda crisi di identità; ha invitato i curatori a non trasformare Matera e la Basilicata in una luccicante Lucaniashire; a non cadere nella tentazione di gentrificare selvaggiamente i Sassi al fine di soddisfare l’ingordigia di chi è disposto a spendere patrimoni per accaparrarsi la grotta più suggestiva; e a non rendere i Sassi stessi in un agglomerato per cavallette turistiche desiderose di riempire i propri profili Instagram di chicche gastronomiche (a Matera l’offerta è eccellente!): perché di luoghi incantevoli nei quali rilassarsi e soggiornare a suon di buoni vini e passeggiate tra resti archeologici è piena l’Europa, pertanto inserire Matera in questa tipologia di pacchetto-vacanza sarebbe l’ennesimo atto di brutalità verso la sua unicità e il suo significato, per l’Italia e per il mondo intero. Matera è, al contrario, una vera e propria piattaforma di valori (fisici e concettuali) utilizzabile come laboratorio di idee, sperimentazione di nuovi modelli sociali e di triangolazione economica, base per la formazione di esseri pensanti, intelligenti e capaci di fare e stare insieme; per individui che abbiano desiderio di costruire certezze e best practices, o ingegneri/progettisti e sognatori che vogliano cimentarsi nel mettere a sistema la genialità italiana e umana, tessendo regole e nuovi stimoli che costituiscano la particella-base di un nuovo e autentico DNA del made in Italy, sinonimo di “ben fatto”.

Del resto, quale altro posto al mondo è passato, nell’arco di soli 60 anni, dall’essere definito “Infamia Nazionale” o “Vergogna D’Italia” a Capitale Europea della Cultura? Quale altro luogo contiene nel raggio di pochi chilometri un racconto che va dal Paleolitico a Internet? Opposti inimmaginabili in un lasso di tempo e spazio di tale brevità. Ma a Matera tutto questo è possibile, perché le sue basi sono solide e resilienti, e perché i popoli che l’hanno abitata, scavata, costruita, ripudiata e infine compresa, ci forniscono una chiara via d’uscita dal gran pasticcio economico culturale nel quale l’Europa e la sua classe dirigente si sono tuffate. Durante il mio viaggio a Matera, due persone mi hanno sostenuta sul filo della storia e del mio immaginare ciò che Matera era, è diventata, e potrebbe divenire in qualità del suo riconoscimento a Patrimonio dell’Umanità:

  • Francesca Sogliani, direttrice della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Matera, Dipartimento delle Culture europee e del Mediterraneo – DiCEM, Università degli Studi della Basilicata.
  • Francesco Cascino, direttore artistico di Arteprima e ideatore del progetto Matera Alberga

“Francesca, che ruolo ha avuto l’archeologia in questi anni nel modificare quegli orrendi aggettivi attribuiti agli abitanti delle grotte (infamia nazionale, vergogna d’Italia)? Se la ricerca e la scienza fossero state chiamate al tavolo della politica, si sarebbe potuto conservare il millenario modello sociale dei Sassi?”.

Grazie a loro ho allacciato un mio personale dialogo tra arte e scienza convincendomi che solo apparentemente siano due mondi lontani: parlano invece un linguaggio comune e universale, l’amore per la Ricerca utile agli Uomini e a tutto ciò che ruota intorno alla Vita e al bene comune. “L’archeologia a Matera prese forma a partire dalla fine del XIX secolo grazie a Domenico Ridola, figura eclettica di studioso al pari di molti altri studiosi del suo tempo, medico, politico ed archeologo illustre di Matera e fondatore del Museo Archeologico cittadino, il quale nominato Ispettore onorario degli scavi e dei monumenti, e in contatto con i più noti archeologi italiani dell’epoca (Luigi Pigorini, Paolo Orsi, Quintino Quagliati, Ugo Rellini), fu iniziatore e protagonista delle ricerche sull’età preistorica del territorio materano, volgendo lo sguardo anche alle testimonianze di età romana, tardoantica e altomedievale. Fu eccezionalmente una donna, Eleonora Bracco, torinese, a ereditare la direzione del Museo Archeologico.

Nel 1933 arrivò a Matera, dove rimase fino al 1961 contribuendo a una diversa determinazione in ordine alla ricerca, alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio archeologico, sia di Matera che del territorio. Solo nel 1964 venne poi istituita la Soprintendenza archeologica della Basilicata, diretta da Dinu Adamesteanu. È evidente quindi che il rapporto tra una tradizione abbastanza recente della ricerca e della tutela archeologica nella città di Matera, e il tema più cogente dello sfollamento dei Sassi avvenuto negli anni Cinquanta in virtù di una legge dello Stato emanata dal ministro Alcide De Gasperi, è sbilanciato verso un’attenzione maggiore nei confronti della dimensione sociologica, antropologica ed economica della città, dei suoi spazi, dei suoi abitanti. La cura del patrimonio archeologico, il suo valore identitario e la sua conoscenza sono concetti più recenti, legati alla ricerca condotta dall’Università e al rispetto delle Convenzioni europee del Paesaggio e di Faro.

Oggi sicuramente l’archeologia avrebbe molto da offrire ai percorsi di valorizzazione e restituzione del patrimonio culturale della città, potendo raccontare la storia e le trasformazioni degli insediamenti più antichi di età preistorica fino alla città medievale e offrendo gli strumenti per riconoscere gli spazi e le modalità abitative di un paesaggio rupestre che vanta una storia millenaria. Una forte sinergia tra la ricerca universitaria, la tutela del patrimonio e amministrazioni intelligenti e sensibili, con l’accompagnamento anche dell’iniziativa privata potrebbe rendere questa prospettiva una strategia vincente per la crescita delle persone e dei territori”.

“Che ruolo può ricoprire, quindi, la ricerca per guidare lo storytelling ai viaggiatori che non vogliono essere solo turisti a Matera 2019?”

“Il rischio che Matera venga scambiata per una tappa turistica c’è. La ricerca può e deve fare molto in termini di analisi dei fenomeni che spesso si accompagnano a situazioni di ‘successo improvvisò, di creazione di nuovi attrattori, di ritmi discordanti. Matera è una città di piccole dimensioni, una città ‘tradizionale’ del Sud, dai ritmi lenti, dove la vita è piacevole e molto più facile che altrove, dove è possibile toccare con mano l’esperienza costruttiva eccezionale del paesaggio rupestre e allo stesso tempo seguire le trasformazioni della città moderna e contemporanea. I suoi spazi sono definiti dall’evoluzione nei secoli delle dinamiche abitative, delle compagini sociali, dell’uso delle risorse, come quella idrica per esempio. Tutto questo deve essere raccontato, offrendo a chi arriva a Matera per visitarla i codici interpretativi corretti ed efficaci per intercettare il genius loci di questo particolare contesto urbano.

La narrazione della storia di Matera, costruita attraverso le diverse fasi insediative che la ricerca archeologica ci ha restituito e che come Università stiamo elaborando nella realizzazione della Carta Archeologica della città e anche attraverso la lettura dei suoi monumenti e delle sue tradizioni, può aiutare il viaggiatore, o meglio il ‘cittadino temporaneo’ a mettere in atto quei meccanismi di assimilazione della conoscenza dei luoghi che consentono una visita consapevole ed emotiva, fisicamente ‘immersiva’, di lungo ricordo e, in definitiva, più appagante”. La pietra, la luce, l’acqua, il tempo e lo spirito. Le parole di Francesca Sogliani mi fanno elaborare cinque punti attraverso i quali sintetizzare l’anima dei Sassi Barisano e Caveoso. Cinque parole in grado di produrre, in colei/colui che li osserva, un immaginario di struggente umanità, di collettività salda e determinata a sopravvivere. Pietra, luce, acqua, tempo e spirito. E amore, tantissimo amore traspare per qualunque forma di Vita, girando per Matera, amore nonostante la pietra: facendosi abbracciare dalle pareti delle grotte e sedendosi comodi in quelli che erano gli spazi comuni si respira la fatica immane del vivere, e delle incertezze che furono, e se posiamo occhi e cuori attenti di buoni osservatori, si può sentire nel silenzio dei Sassi il senso profondo di una parola contemporanea, ma nata lì tra quelle pietre: ecosistema, che comprende tutto e tutti.

Dall’altopiano della Murgia, poi, viene spontaneo meditare sul ruolo di crocevia spirituale di Matera, testimoniato dall’intreccio di cripte, eremi, basiliche, santuari e chiese rupestri di origine romanica, bizantina, greco-ortodossa. Tutto ciò a giro di sguardo, lungo le pareti della Gravina, ed è bizzarro perché non sai se meditare o se concentrarti per ammirare una vera e propria timeline degli accadimenti storici italiani. Meglio di 200 slides proiettate ad un corso di formazione per change management, personal empowerment, resilienza e best practices team, un viaggio a Matera può fare il punto sulla durevolezza di ciò che è ben pensato e ben costruito; ci ricorda che le evoluzioni sono cambiamenti necessari dettati dallo scorrere del tempo, e che si chiamano così proprio perché si proiettano tutte verso il futuro, anche se restano indelebili nel percorso. Lungo la parete della Gravina del Picciano, per esempio, si trova quella che chiamano la “Cappella Sistina” della pittura Parietale, la Cripta del Peccato Originale venuta alla luce nel 1963, e fino ad allora utilizzata dai pastori come ricovero delle greggi. Incredibile: la più importante delle 156 chiese rupestri, ricchissima di affreschi benedettini longobardi, si è conservata nonostante i 1300 anni di abbandono e di fiati ovini e caprini, eppure era lì 500 anni prima di Giotto. Qualcuno ha detto che da questa cripta bisognerebbe ripartire per riscrivere l’arte italiana. E come dargli torto? Ricordo che durante un viaggio in Grecia, visitai Delo, e mi colpì il fatto che la Scuola di Archeologia Francese lavorasse agli scavi in modalità ‘aperta al pubblicò, includendo quindi i visitatori in un’esperienza così emozionante e dando loro la possibilità di osservare il lavoro dei ricercatori e di entrare nel vivo di ciò che con pazienza e tempo portano allo scoperto.

Francesca, in un posto straordinario come Matera, con tutto quello che è venuto a galla e con quello che c’è ancora da scoprire, si potrebbe immaginare un percorso ideale di viaggiatori e scienziati?

È il mio più grande desiderio. Pensare a una città/museo dove si possano ripercorrere tutti i momenti della sua storia attraverso itinerari che tocchino le tracce archeologiche e monumentali delle diverse epoche, accompagnati da un racconto che si potrebbe immaginare in tanti modi. Un progetto alternativo insomma, un percorso che potrebbe partire da un Museo della Città, dove si racconta tutta la sua evoluzione nel tempo, con l’ausilio di piattaforme multimediali ma anche di storytellers e di supporti tradizionali, e che potrebbe poi attraversare gli spazi urbani legati alla storia della città, entrare nel Museo Archeologico, percorrere la città rupestre, entrare nelle chiese rupestri e nei complessi monastici, osservare le cisterne, i palmenti, le case dove viveva la popolazione dei Sassi fino al secolo scorso. Un percorso per tutti, un open museum dove finalmente le nostre ricerche archeologiche potrebbero essere messe a disposizione di tutti”.

Lo aveva capito Pier Paolo Pasolini che a Matera volle girare Il Vangelo secondo Matteo, perché per quel film non cercava una location adatta alla sua sceneggiatura: voleva un luogo con una parte da protagonista nel suo film, un luogo-attore, parte attiva della narrazione. Pasolini riprese volti di vecchi, donne e bambini che definì “i volti dei primitivi”. È vero, i materani portano negli occhi e nella loro infinita e autentica ospitalità le tracce primitive di un’accoglienza che non chiede nulla in cambio, ed è così che aggirandosi tra i Sassi è più semplice comprendere il misticismo razionale e sociologico di Pasolini. Con una simile poetica filosofica, quasi pasoliniana, è stato pensato il progetto Matera Alberga, inaugurato proprio il 19 gennaio scorso: ideato e curato da Francesco Cascino, intelligente e visionario ricercatore di dispositivi sensoriali, che insieme a Christian Caliandro ha chiamato sei artisti contemporanei alla realizzazione di opere/installazioni permanenti negli alberghi ricavati all’interno dei Sassi. Francesco, materano, direttore creativo di Arteprima Academy e di Art Thinking per l’Impresa ha dato vita a Matera Alberga inserito tra i 10 progetti più significativi di Matera 2019 perché è un’azione concettuale legata all’arte che produce architettura e rigenerazione umana e urbana; serve a ricordarci chi siamo, da dove veniamo e dove potremmo andare.

Abbiamo scelto come sede delle installazioni gli hotel (veri e propri musei a cielo aperto) perché sono stati in grado di riportare in vita gli antichi concetti di vicinato, modelli abitativi aggregativi secolari, che attraverso le opere creano installazioni relazionali, partecipative e soprattutto pubbliche. Un concetto che ha alla base i tre principi fondamentali di chi secoli e secoli fa concepì i Sassi: convivenza, accoglienza, incontro. Sono dispositivi di senso, tra i materani e i viaggiatori invitati ad interagire con le opere, per sancire il ritorno al valore delle diversità nella collettività, seme istitutivo di ogni evoluzione”.

Che relazione c’è tra l’arte e i Sassi, con la loro architettura intrisa di collettività e vicinato?

“L’architettura è figlia di un ragionamento pittorico: nel caso dei Sassi, la visione armoniosa dell’abitare tipica di chi dipinge (anche se non necessariamente con il pennello) ha prodotto un alveare in cui vivere e convivere in un interscambio continuo.Se li guardate bene, oggi, quei Sassi sono il grembo materno a cui vogliamo tornare, il focolare collettivo che ci protegge dalla disgregazione sociale, dalla solitudine della moltitudine luoghi e contesti dove recuperare la distanza tra le nostre profondità e il nostro stesso Io”.

Tradotto per noi comunicatori, quindi, ciò significa che l’uomo da sempre desidera stare insieme ai suoi simili, e che la solitudine dell’Ego non migliora la vita, né favorisce l’evoluzione e la genialità creativa. Significa che l’individualismo spinto dell’ultimo ventennio si è rivelato essere la risposta sbagliata se si vuole competere come sistema, e che la tecnologia deve essere il nostro nuovo “pennello”: non i nostri nuovi occhi per guardare il mondo e i nostri simili, e tantomeno il nuovo cuore col quale emozionarci.

A Matera, passeggiando nel silenzio dei Sassi, studiando il sofisticato sistema economico sociale degli antichi abitanti delle grotte, si comprende che il business quando è sano ha le forme armoniose dell’arte: e non lo dico io, lo diceva Adriano Olivetti dando il brief a Figini e Pollini mentre progettavano le case dei suoi dipendenti a Ivrea. Prima di salutare Francesca Sogliani e Francesco Cascino, ho posto loro la stessa domanda.

Il 2019 sarà l’anno nel quale Matera dovrà non solo dimostrare concrete capacità di accoglienza di un gran numero di persone, ma anche fornire ciò che nel marketing chiamiamo “reason why” (perché devo acquistare “quel” prodotto e non un altro simile?). Perché la direzione di un brand dovrebbe ospitare/condurre i suoi diversi stakeholder a Matera, nel 2019?

Francesca Sogliani ha risposto così: “Io direi perché è uno degli esempi di insediamento rupestre più importanti nel mondo, perché il paesaggio naturale della Gravina antistante, costellata di villaggi neolitici e di chiese rupestri, costituisce un palinsesto insediativo di estremo interesse, perché i condizionamenti ambientali e sociali ne hanno fatto da sempre un luogo di forte resilienza, perché il suo patrimonio culturale materiale e immateriale è ricchissimo e per molti versi unico e ad altissimo ‘indice di rappresentatività’. E perché tutta la potente eredità del passato di questa città è uno stimolo per la conoscenza, la ricerca, la creatività, la partecipazione”.

Francesco Cascino, invece, ha detto “Io sono da sempre convinto che la deriva di spettacolo ‘di superficie’ che la comunicazione ha preso negli ultimi 20 anni abbia allontanato il pubblico dai processi e dai prodotti; mentre la produzione culturale vera, autentica, indagatoria e identitaria ha portato, nel mondo evoluto, alla rigenerazione di luoghi e industria (Lipsia, ne è un esempio). Quindi l’unica strada possibile, se si vuole dare nuova linfa a industria e prodotti, è affidare progetti culturali profondi e duraturi a curatori esperti, che abbiano già dato prova di sé nelle previsioni e nell’avverarsi delle loro previsioni, per poi chiamare artisti visivi capaci di formalizzare contenuti, rispondendo così a bisogni reali: quelli a cui, in quanto bisogni atavici, non devi fare la manutenzione periodica”.

Artisti e operatori culturali al tavolo degli industriali, quindi. Questo auspica Cascino, che già in tal senso si muove e contamina. La specialità culinaria per eccellenza, di Matera e della Basilicata, sono i peperoni cruschi: peperoni rossi e dolci che dopo aver subito un delicato processo di essiccazione vengono immersi in olio bollente per renderli cruschi (croccanti). Ma attenzione, la loro permanenza nell’olio bollente non deve superare i 2-3 secondi, poiché tardare anche solo di un secondo significa carbonizzarli, mentre toglierli un secondo prima significa non cruscarli. Ecco un’altra lezione formativa: ci sono azioni e decisioni che vanno prese in un preciso e determinato momento, non prima e non dopo.