di Manuela Andaloro

Una delle skills che derivano da anni di carriera esecutiva in varie aziende e in tre diversi Paesi (Italia, Regno Unito, Svizzera), è la capacità di provare a interpretare le persone, trovare la chiave di lettura che permetta un’impostazione del rapporto umano basata su comprensione, fiducia, empatia: dai team members ai capi, dai clienti, ai vari stakeholder con cui negli ultimi 19 anni ho avuto a che fare e in molti casi da cui ho avuto il piacere di imparare.

Al di là di abilità linguistiche, aspetti culturali, competenze lavorative o conoscenze affini, ci sono tre aspetti che è vitale imparare a valutare istantaneamente quando si ha a che fare con la diversità:

  • 1• Consapevolezza realistica del proprio valore e dell’impatto che questo ha sugli altri, sul business e sulla società.
  • 2• Comprensione dell’importanza del saper alternare costantemente la visione del quadro globale e l’attenzione al dettaglio.
  • 3• Fixed mindset versus growth mindset e umiltà associata – skill essenziale.

La chiamo competenza emotiva: skills integrate e trasversali a culture, nazionalità, ranghi aziendali, età, generazioni, istruzione e formazione.

Skills che si possono imparare ogni giorno e che distinguono, a mio avviso, chi porta valore da chi, nel medio e lungo termine, sottrae valore: alle relazioni umane, ai business, e alle società.

Che si parli dell’ultimo progetto strategico aziendale, di un’iniziativa politica, del merger di due istituti o dell’interpretazione di bilanci, il successo che si otterrà a medio e lungo termine è direttamente proporzionale alla competenza emotiva degli stakeholder coinvolti.

COMPETENZA EMOTIVA E MONETA UNICA EUROPEA.

Vent’anni fa nasceva una moneta di conto, era la moneta unica di quella che sarebbe stata conosciuta come l’Eurozona, l’euro. Non esisteva ancora nella forma di monete e banconote che noi tutti conosciamo oggi, e che furono introdotte qualche anno dopo, nel 2002. In quell’anno la moneta unica divenne tangibile per milioni di europei e i vecchi marchi tedeschi, franchi francesi, lire italiane, pesetas spagnole, e tutte le antiche valute mosaico dell’Europa furono consegnate alla Storia.

Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, ha una volta paragonato l’euro a un calabrone: un “mistero della natura” che non dovrebbe essere in grado di volare ma in qualche modo lo fa. Draghi usò questa metafora durante la tumultuosa crisi del debito greco del 2012, quando in molti si chiedevano se la fine dell’euro fosse vicina.

A due decadi dalla sua nascita, l’euro vola alto. Gli stati membri sono arrivati a 19 – dagli originali 11 – e la grandezza dell’economia europea è lievitata del 72%, a 11,2 trilioni di euro, seconda solo a quella degli Stati Uniti, rendendo l’Unione europea diventasse una forza globale da non sottovalutare. Le ultime due decadi sono state spesso turbolente per la moneta unica. Da un cambio iniziale con il dollaro di $ 1.16 l’euro scivolò a un nadir di soli $ 0.853 nel 2001, durante la “dotcom bubble”, che fece prendere scivoloni storici agli investitori digitali dell’epoca.

Una lunga risalita da quel momento in poi, fino al raggiungimento del picco $ 1.58 nel 2008, poco prima della crisi finanziaria. Questo fu il periodo in cui rapper come Jay-Z e modelle come Gisele Bündchen richiesero di essere pagati in euro invece che in dollari. L’euro resse il cambio favorevole con il dollaro durante la crisi finanziaria, ma un lungo declino ricominciò nel 2014 a causa dei timori legati alla rottura dell’Eurozona.Un fattore chiave fu il ruolo tradizionalmente attivista che la Banca Centrale Europea adottò, inteso a supportare le attività economiche nelle zone colpite dalla recessione, intervento che normalmente sopprime il valore relativo delle valute.

Oggi l’euro è stabile intorno ai $ 1.14, posizione simile a quella di partenza di 20 anni fa.

MA QUANTO SUCCESSO HA AVUTO LA MONETA UNICA?

Se guardiamo l’annuale votazione pan-europea dell’Eurobarometro, la risposta è, a sorpresa, che ha avuto un forte successo, nonostante l’agitazione politica ed economica degli ultimi anni.

In media i cittadini dei Paesi europei analizzati, alla domanda “L’euro è stato positivo o negativo per il tuo Paese?” rispondono “positivo” nel 64% dei casi. Lo stesso sondaggio nel 2002 dava un 51% di popolazione soddisfatta della moneta unica e la medesima ricerca nel 2018 rileva che, in alcuni Paesi del blocco, i tre quarti della popolazione hanno confermato che l’euro è “una buona cosa”.

Ma ci sono altre metriche da valutare, e la grande maggioranza di queste dipinge un quadro positivo.

Attualmente la moneta unica è usata da circa 340 milioni di persone in 19 Paesi. L’euro è oggi una valuta di riserva globale, scorta di banche centrali e istituzioni multilaterali come il Fondo Monetario Internazionale (IMF).

L’inflazione dell’Eurozona è stata tenuta sotto controllo, rimanendo nella media dell’1.7% negli ultimi 20 anni, appena al di sotto del mandato del 2% della Banca Centrale Europea.

Eppure alcuni economisti non sono convinti che l’euro sia stato un successo per via del fatto che, dal 2000, il GDP per capita dell’Eurozona ha avuto un rendimento inferiore al previsto – a parità di potere d’acquisto –, crescendo del 15%, meno degli USA (19%) e del Regno Unito (20%).

SOTTO-RENDIMENTO SOLO RELATIVO.

Eppure questo ha significativamente meno importanza del fatto che la moneta unica sia uscita indenne dalla grave crisi esistenziale attraversata dal 2010 al 2015 – quando si temeva l’imminente sgretolamento dell’Eurozona – in un momento in cui Paesi come Grecia, Italia, Irlanda e Portogallo finirono sotto la pressione paralizzante del mercato obbligazionario.

Il disastro fu evitato solo da una promessa volutamente vaga di Mario Draghi, nel luglio 2012, secondo cui si sarebbe fatto “tutto quello che sarà necessario” (“whatever it takes”) per tenere insieme il mercato unito. Alcuni vedono questo episodio come l’evidenza che la creazione della moneta unica sia stata un errore, che legare tra loro economie con livelli differenti di produttività e di istituzioni locali, insieme a una valuta comune con un singolo tasso di interesse, sia stato un progetto destinato a fallire e che avrebbe creato tensioni finanziarie, economiche e sociali.

“La più grande vittoria dell’euro è di esserci ancora e di essere qui per rimanerci” scrive Constantine Fraser, analista di politica europea a TS Lombard, e aggiunge: “Questo progetto leggermente matto di una valuta sovranazionale tra economie selvaggiamente diverse al suo interno è durato 20 anni e ha portato economie e Paesi più vicini tra loro.”

Gli europei più anziani in molti casi non si sentono “abbastanza” europei, ma il ricambio generazionale e l’avvento delle nuove generazioni, cresciute in atmosfere internazionali e favorevoli all’integrazione, favoriranno l’Unione europea, una Eurozona che deve andare avanti, perché se si

fermasse cadrebbe. C’è volontà politica di accertarsi che continui a crescere, ma quanto velocemente e con quali cambiamenti incrementali è da vedere. Dopo 10 anni di ripresa dalla crisi finanziaria, l’instabilità politica è ora la più grande e imprevedibile minaccia all’Eurozona. La sfida più impegnativa per la terza decade della Banca Centrale Europea sarà l’assicurarsi la sana sopravvivenza dell’Unione, minacciata questa volta non dallo stress dei mercati finanziari ma dallo sfondo tumultuoso della significativa pressione populista.
Tornando alle skills menzionate in apertura e alla tanto necessaria competenza emotiva, guardiamo al quadro globale.

Per diverse generazioni, il mondo è stato governato da quello che oggi chiamiamo “l’ordine liberale globale”. Parole pompose dietro alle quali risiede l’idea che tutti gli uomini condividono alcune esperienze base, valori e interessi, e che nessun gruppo di uomini sia inerentemente superiore agli altri. La cooperazione risulta quindi più favorevole che il conflitto. Tutti gli uomini dovrebbero lavorare insieme per proteggere i loro valori comuni e far avanzare i comuni interessi. Il modo migliore per promuovere tale cooperazione è facilitare il movimento di idee, merci, denaro e persone attraverso il globo. Sebbene l’ordine liberale globale presenti a volte difficoltà e problemi, ha dimostrato di essere superiore a tutte le alternative.

Il mondo liberale del XXI secolo è più prospero, sano e in pace di quanto sia mai stato nella storia dell’uomo. Per la prima volta nella storia la fame uccide meno persone che l’obesità, le pesti uccidono meno persone che la vecchiaia e la violenza fa meno vittime degli incidenti. Se non siamo deceduti a sei mesi è stato grazie alle medicine scoperte da scienziati stranieri in terre straniere. Se a 11 anni non siamo stati cancellati in una guerra atomica è stato grazie agli accordi presi da leader stranieri ai poli del pianeta. Accordi che, tra l’altro, i nuovi leader di America e Russia hanno da pochi giorni messo in discussione e l’esito previsto tra sei mesi non sembra positivo.

Dovremmo chiedere a coloro i quali esprimono la volontà di tornare alle dorate epoche pre-liberali – o addirittura coloniali – di dichiarare in quale anno esattamente il genere umano fosse in forma migliore rispetto al XXI secolo. Nel 1918? O nel 1700? O nel Medioevo?

Malgrado ciò, diverse persone in tutto il mondo sembrano aver perso la fede nel nostro ordine liberale.

Opinioni nazionaliste e religiose che privilegiano un gruppo sull’altro sono di nuovo in voga. I governi sembrano restringere in maniera crescente il flusso di idee, merci, denaro e persone. Nascono muri fisici, mentali e nello spazio virtuale. L’immigrazione non convince, i dazi aumentano.

Quale tipo di ordine globale può rimpiazzare l’attuale? Finora sembrano esserci soluzioni sommarie e poco collaudate – ne è un esempio disastroso Brexit – a livello nazionale, che mirano a portare avanti gli interessi di un particolare Paese. Ma nessuno sembra avere una visione di come il mondo insieme dovrebbe funzionare. Lasciando imperialismo e conquiste globali ai libri di storia e ai film di science fiction, che soluzioni abbiamo e cosa lasceremo alle prossime generazioni, ai nostri figli?

Alle porte della nostra civiltà ci sono minacce forti, reali e globali a cui poco importa dei confini nazionali, che possono essere affrontate solo attraverso cooperazioni generali: guerre nucleari, cambiamento climatico, intelligenza artificiale e rischi tecnologici associati.

Questo, però, non è ancora il nostro destino, abbiamo ancora la possibilità di scelta. Siamo ancora in tempo per definire una realistica agenda globale, al di là di accordi commerciali. Abbiamo la possibilità di scegliere, promuovere o bocciare i leader nel business, nella società, nella politica, tra le nostre conoscenze, che dimostrano di non avere qualità come la comprensione del quadro globale, l’empatia, l’umiltà, che non comprendono l’impatto delle loro azioni su chi ha meno mezzi per comprendere le realtà dei fatti o, peggio, che comprendendolo lo sfruttano per i propri fini.

Ricordiamoci delle capacità di coloro che a ogni livello, in qualunque settore, portano valore e hanno la qualità intrinseca dei veri leader: la competenza emotiva. Nuove identità e soluzioni si forgiano in tempi di crisi. Lo ha dimostrato l’euro, lo dimostra la Storia.