di Silvia Bernardi

Cambiamento. Di prospettiva, di visione, di percezione. Di narrazione.

È la premessa necessaria per parlare di donne. A tutto tondo. Perché non si può affrontare l’argomento pensando di isolare un singolo aspetto, il lavoro, la professionalità, la famiglia, lo spazio sociale. Nonostante persista a livello trasversale una dinamica che vuole la donna relegata a un unico ruolo (quello di madre o di professionista, quello di compagna o di leader) la donna oggi vive (anche bene) in equilibrio tra le diverse identità. Quello su cui vale ancora la pena riflettere è come l’esterno percepisce il cambiamento e come la donna lo racconta a se stessa e agli altri.

Ne ho parlato con altre donne in un mix di voci che non saranno certo quelle definitive sull’argomento ma che possono contribuire a inquadrarlo da un’altra prospettiva.

“Non chiediamoci sempre come le aziende investono sulle donne. Ci chiediamo forse come le aziende investono sugli uomini?”, dice Annalisa Galardi, docente di Comunicazione d’impresa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “È una domanda che già nasce con un approccio limitante. Le donne non sono panda a rischio di estinzione, anzi, proprio l’opposto, sono in grande espansione creativa. Hanno affrontato negli ultimi anni e stanno affrontando un’evoluzione di ampia portata e – come tale – complessa e faticosa, perché comporta un cambiamento di paradigma dell’intera società”.

L’età dell’oro della “donna di casa” è alle nostre spalle: oggi la donna non incarna più solo la sfera del privato, delle emozioni e della cura. “Le nostre figlie non hanno più donne di casa come modello” prosegue Galardi, “ma donne impegnate in ruoli sociali, lavorativi, con relazioni esterne alla sfera della famiglia. Sono donne che non rinunciano alla propria soddisfazione lavorativa o intellettuale, né alla maternità, che pure rende loro dura la vita.

È alle nostre spalle anche il modello della ‘donna maschile’ che, per emergere, rinuncia alla sua specificità e fa propri tutti i tratti dei leader che probabilmente ha incontrato”.

Come si racconta questo cambiamento?
Qual è la narrativa che calza meglio alla donna post-moderna e che può avere la forza di mandare definitivamente k.o. gli stereotipi che ancora resistono? Perché, non nascondiamolo, una donna può essere una scienziata, una professionista, una startupper, una manager e una mamma, ma, troverà sempre di fronte qualcuno che pensa che lei non sappia cucinare, o che faccia crescere i propri figli da qualcun altro. Il che può essere anche vero, il tema è che non deve rientrare nel “parametro” di valutazione o percezione.

Il salto più difficile per una donna è capire che arriva un momento della carriera in cui l’operatività deve passare in secondo piano rispetto alle competenze

“La narrazione, per una donna, è un tema cruciale”, afferma Paola Perna, docente di Comunicazione e scrittura professionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “Saper raccontare le sue identità significa fare pace con la molteplicità, diventare consapevole dei propri obiettivi, oltre che dei desideri, e perseguirli. Le donne non chiedono: è un saggio di Linda Babcock e Sara Laschever, ma è anche una realtà che non si smentisce ogni giorno sul luogo di lavoro, nella vita: le donne osano poco, e spesso per la loro pragmaticità si aspettano di essere riconosciute per quello che fanno. E molti ne approfittano, relegandole a mansioni operative e poco manageriali. Il salto più difficile per una donna è capire che arriva un momento della carriera in cui l’operatività deve passare in secondo piano rispetto alle competenze. In cui bisogna richiedere maggiori responsabilità, visibilità, retribuzione. Non perché semplicemente “dovuto” ma perché giusto se meritato”.

“Abbiamo bisogno di storie che costruiscano un nuovo immaginario in cui la valorizzazione del singolo non sia in alcun modo alterata dal genere” Paola Perna.

“Osare” per una donna oggi significa allora andare oltre alle conoscenze e alle competenze che occorrono per ricoprire i diversi ruoli e iniziare anche a raccontarsi. “Abbiamo bisogno di storie che costruiscano un nuovo immaginario in cui la valorizzazione del singolo non sia in alcun modo alterata dal genere”, prosegue Paola Perna. “Questa è un’operazione che richiede costanza e tempo e che passa attraverso le parole, le immagini e le azioni. Il valore strategico di una narrazione efficace richiede, infatti, la messa a fuoco di un messaggio rilevante e la sua declinazione attraverso strumenti e canali diversi”.

E di storie così ce ne sono. Anche in Italia.

Ne scelgo una, ma potrebbero essere altre della stessa portata e forza. Questa ha il nome di Floriana Ferrara. Master Inventor IBM (prima donna in Italia a diventarlo con una ventina di brevetti), è stata a capo della struttura Watson, e ha lavorato per due anni nel team per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio, team guidato prima dal Commissario straordinario per l’attuazione digitale Diego Piacentini, e ora da Luca Attias.

Madre di due figli nativi digitali. Direttore della Fondazione IBM e leader del progetto NERD (Non È Roba per Donne). Con NERD ha girato l’Italia raccontando alle ragazze delle scuole superiori che si può immaginare, creare, costruire il proprio futuro anche grazie alla formazione tecnico-scientifica. Risultato? Il numero di ragazze iscritte alle facoltà di ingegneria informatica è passato anche in alcuni casi, da un solo iscritto donna ai 40% degli iscritti totali.

“Le ragazze vanno coinvolte”, dice Floriana Ferrara. “Hanno bisogno di sentire che dietro un lavoro ci sono passione e soddisfazione. Le ragazze di oggi sono sicuramente portate per le facoltà informatiche, ma loro ancora non lo sanno, perché cresciute in un mondo che identifica, vuole e divulga un esperto digitale solo nel genere maschile. Durante gli incontri con le ragazze delle scuole superiori insegniamo in maniera semplice, veloce e divertente a progettare e ‘programmare’ una chatbot, sperimentando sotto la supervisione di chi questo percorso l’ha già intrapreso con passione, il ‘mestiere’ dell’informatico.

I risultati sono sorprendenti dal punto di vista di quello che sono in grado di realizzare, ma il vero successo è nella capacità delle ragazze di mettersi in gioco, di accettare una sfida, di dimostrare il coraggio di impegnarsi con energia e creatività in un progetto che solitamente non è roba per donne”.

La scuola è il bacino del cambiamento culturale e il rapporto con le nuove generazioni la chiave di volta per la nuova narrativa dell’universo donna.

Più di 30 aziende italiane, guidate da Stefano Donnarumma A.D. Acea nella sua presidenza di turno del Consorzio ELIS, hanno deciso di fare “sistema” e sostenere la scuola nel processo di trasformazione culturale perché “se non partiamo dal preoccuparci di formare il capitale intellettuale del Paese difficilmente saremo un Paese competitivo e integrato nel contesto mondiale”, dice Valeria Bonilauri, responsabile innovazione e sviluppo ELIS.

L’OCSE ha rilevato che il 35% degli italiani svolge un lavoro non in linea con gli studi fatti e che due terzi dei bambini che inizieranno la scuola quest’anno andranno a fare lavori che ancora non sono stati inventati.

Purtroppo, se da un lato il lavoro cambia, dall’altro la scuola è rimasta pressoché uguale a se stessa da quasi 100 anni.

“Per questo è nato Sistema Scuola Impresa”, dice Bonilauri, “un modello di dialogo e collaborazione tra mondo della scuola e mondo dell’impresa che mira a formare agenti del cambiamento, persone in grado di incidere nella società. Aiutare i giovani a riconoscere i loro talenti e sostenerli nel seguire la loro ‘vocazione professionale’: è questa l’ambiziosa missione che richiede più che maestri testimoni, persone che con la loro presenza, lavoro, atteggiamento siano rappresentative di questo cambiamento e incoraggino i giovani a riconoscere e seguire le loro aspirazioni”.

Da marzo 2019, e per i prossimi due anni, più di 140 professioniste d’azienda andranno in 100 scuole italiane a incontrare studenti delle medie e superiori per raccontare loro il proprio mestiere e quali sono stati i momenti decisivi che hanno permesso di riconoscere la loro “vocazione”.

“Le aziende che sostengono il progetto hanno infatti scelto di individuare, come prime ambasciatrici del cambiamento, professioniste che operano prevalentemente in settori tecnici/tecnologici, appassionate del proprio lavoro, energiche e comunicative”. Le hanno scelte donne non per galanteria o quote rosa, ma perché loro stesse, con il loro lavoro, testimoniano che non esistono più lavori per uomini e lavori per donne, ma lavori accessibili a chiunque sia dotato di curiosità e conoscenze.

Il cambiamento è in atto. Il vocabolario che usiamo, le storie che raccontiamo, i luoghi che frequentiamo, gli oggetti che abitano il nostro spazio saranno i nostri alleati per vincere i condizionamenti culturali che ancora oggi vogliono una certa generazione di donne in bilico sulla glass cliff, la scogliera di cristallo dalla quale è facile essere spinte, contro la quale infrangersi rovinosamente, ma dalla quale siamo pronte a prendere serenamente le distanze.