di RICCARDO STEBINI

 

Il punto di partenza
Per chiunque abbia un profilo LinkedIn sarà abbastanza facile verificare e riconoscere ciò che stiamo per descrivere.
Il social del mondo del lavoro, per un giovane studente, magari laureato solo da qualche anno, a prima vista sembra una bellissima finestra aperta su una splendida giornata di sole.
Fa tornare la voglia di sperare. Centinaia, migliaia di posizioni aperte da altrettante aziende e settori. Perfino in Italia sembra che ogni azienda abbia bisogno proprio di te. Ti senti come un attore al momento dell’apertura del sipario; l’adrenalina sale, sai le battute e non vedi l’ora di andare in scena.

La realtà si svela dura come una doccia fredda dopo qualche cinquantina di application senza risposta e quando inizi a leggere con attenzione le proposte di cui sopra.
Anni di esperienza richiesti: 7+.
Filtra per livello di seniority: Entry Level.
0 proposte trovate. “Offresi tirocinio”, “Cercasi stagista” e così via.

Ovviamente siamo nell’ambito delle generalizzazioni, ma se l’esperienza conta così tanto, se si sente raramente parlare di formazione al momento dell’assunzione, se è più facile cercare una figura che abbia già le skill necessarie, piuttosto che investire nel crearne una nuova e giovane, in che rapporti sono le imprese con il mondo universitario e della ricerca? In particolare quelle italiane?

Il dato rivelatore
Esiste un indicatore statistico che in pochi conoscono, ma che in realtà dovrebbe essere rivelatore per chiarire come le imprese riescono a dialogare con il mondo della ricerca in ogni Paese. Si chiama Trasferimento Tecnologico e non è altro che la quantità di ricerca e sviluppo di università e centri pubblici/privati commissionata dalle imprese (in percentuale di PIL). Parliamo di brevetti, ricerche, ma anche capitale umano.

Giusto per guardare prima nel giardino di casa nostra piuttosto che negli altri, basti sapere che in Europa l’Italia investe poco più di Malta (fonte: Commissione UE). Senza nulla togliere agli amici isolani, il nostro 14° posto ci allontana non poco dalla media UE e dalle nazioni leader come la Germania, che arrivano a investire fino allo 0.13% del proprio PIL.Sorvoliamo volutamente sul confronto con il resto del mondo per mantenere accesa la speranza.

Cosa si evince da tutto questo? Che in Italia il mondo delle imprese e quello universitario vivono una relazione decisamente complicata. Che ci sia uno dei due che non possa permettersi di guardare all’altro con desiderio? In realtà no… Anzi.

E se gli indici vanno in controtendenza?
C’è un elemento che rende ancora più curioso un indice di Trasferimento Tecnologico università/impresa così basso. Tralasciando infatti le esagerazioni politiche, il mondo dell’impresa italiano ha davvero in molti settori il segno positivo davanti.  Nulla che permetta di affermare che tutto stia andando meravigliosamente, ma fra piccole, medie e grandi imprese, potrebbe esistere la possibilità di investire in risorse giovani da formare ed inserire nel proprio organico.
é quindi il mondo della ricerca a non essere all’altezza?

Possiamo smentire senza ombra di dubbio.
La ricerca italiana è comunque molto distante dai leader europei, ma, a differenza di questi ultimi, che mostrano indici in contrazione, noi cresciamo da diversi anni in qualità e soprattutto in quantità (fonte: Anvur). In pratica in Italia le università formano professionisti validi e le imprese potrebbero permettersi di investire di più in Trasferimento Tecnologico.

La domanda sorge spontanea: perché non lo fanno?
Qual è l’ingranaggio che si è inceppato?

Una proposta dall’estero
E se invece di guardare verso il resto del mondo con una “puntina” di invidia, provassimo a fare nostro qualche sistema virtuoso? Sicuramente nel mondo non è ancora passato del tutto il messaggio che è necessario investire su risorse più giovani e tecnologie/sistemi più all’avanguardia; guarda caso due risorse di cui le università solitamente abbondano.

C’è però chi è molto avanti rispetto a noi, soprattutto nel sviluppare procedure che permettano un avvicinamento facile fra questi due mondi che in realtà dovrebbero essere quasi simbiotici. Per la logica di “puntare alla luna per atterrare sulle stelle” proviamo a guardare cosa fanno le università migliori del mondo e che rapporti hanno con le aziende.
Prendiamo per esempio l’Ivy League.
Per chi non sapesse di cosa si tratta, sono gli otto college privati più prestigiosi d’America (Harvard, Yale, eccetera).
Questi college hanno canali preferenziali con le aziende.
Sembra quasi paradossale, ma sono i recruiter che si contendono questo particolare tipo di laureati e non viceversa. Per un tacito accordo chiamato ironicamente “The Path”, banche e società finanziarie sborsano milioni per aggiudicarsi i migliori studenti delle “Ancient Eight”.

Esistono anche forme di interazione più comuni, in università meno prestigiose nel resto del mondo. Ricerche PHD commissionate da aziende (molto diffuse per esempio nell’ingegneria) o borse di studio finanziate da brand con la promessa (NB: da entrambe le parti!) di un rapporto di lavoro continuativo: “Ti pago gli studi, lavori per me per tot anni”. Una risorsa formata e garantita per i privati ed un’occasione unica per i candidati. Sicuramente potrebbe essere vincolante, ma sono certo che decine di studenti farebbero la fila per accedere a percorsi del genere, aumentando la competitività e di conseguenza il livello. Va riconosciuto che alcuni atenei, anche qui, stanno iniziando ad attivare percorsi che ricordano qualcosa del genere. è già un primo segnale.

Concludendo…
Ma è dunque così facile risolvere i gravi problemi relazionali italiani fra l’impresa e l’università?
Basta provare qualche modello preso dall’estero?
Questi ultimi sono perfettamente funzionanti?

Ovviamente non esiste nulla di scontato e, prima di tutto, dovrà essere la mentalità dell’impresa a cambiare e ad aprirsi. Magari, in diversi casi, anche con un passaggio generazionale. I modelli di interazione università/impresa esteri, come i modelli precedentemente citati, non sono perfetti, anzi, hanno moltissimi difetti, dallo sfociare nell’elitarismo al formare studenti che entrano in realtà condizionate dall’effetto “too-big-to-fail”, che porta a un approccio al mondo del lavoro decisamente discutibile. Hanno però alla base un diverso obiettivo, una diversa visione: i giovani non sono qualcosa da “piazzare e aspettare che facciano esperienza”, ma una risorsa preziosa, che spesso va pagata cara.

Per quanto riguarda l’Italia: fra alti e bassi e per usare una metafora a noi molto vicina, siamo riusciti ad avere due “giocatori forti”, che però da soli non riescono ad andare in rete. Proviamo a suggerire loro di passarsi la palla.