Viaggio attraverso le città più promettenti del mondo. 
Modelli di crescita e di sviluppo a confronto. 

 

di SILVIA BERNARDI

 

“Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.
Così Marco Polo si rivolge al sovrano Kublai Khan per raccontargli cosa è rimasto in lui delle 55 città dal nome di donna in cui dice di essersi imbattuto lungo il suo cammino. Invisibili agli occhi degli altri che non le guardano. Aperte a dettagli che gli altri non sanno vedere.
Questo è Italo Calvino e “Le città invisibili”. Ma la capacità di rispondere a una esigenza (personale o collettiva) è un metro di valutazione che vale non solo per le città di Calvino.

Funziona anche per le metropoli, per le città, per i Paesi che sono sopravvissuti o nati dopo Marco Polo.

Quali sono le città più promettenti?
Come si costruisce e come si misura il brand di una città? Quali sono gli indicatori che la promuovono e quali quelli che la fanno scivolare in fondo alle classifiche internazionali?
Le riflessioni che nascono attorno al futuro di una città, si pensi a quelle dell’ultimo periodo sorte sulle ambizioni e le potenzialità di Milano per giocare in casa o a quelle su Valencia o addirittura su Shenzhen per guardare lontano, partono da questi interrogativi.

Qui torna utile individuare gli indicatori che permettono di “valutare” una città, tenuto conto che entro il 2050 circa i due terzi della popolazione mondiale vivrà nelle aree urbane.
Questa concentrazione demografica avvalora la necessità di riflettere sulle strategie a lungo termine che sarà più opportuno adottare per i centri abitati. Perché le città sono ecosistemi per le imprese e l’innovazione.
La forza della rete di imprese di un centro urbano, il talento dei suoi cittadini, la stabilità delle sue istituzioni politiche e la creatività delle sue organizzazioni culturali contribuiscono a creare un ambiente favorevole a uno sviluppo duraturo nel tempo.

Un nuovo rapporto di A.T. Kearney, società di consulenza di business globale,
classifica 125 città in base alle loro prestazioni attuali e ai loro livelli di competitività futura.

Per determinare le prime città del futuro, A.T. Kearney ha calcolato i punteggi in quattro categorie: benessere personale, economia, innovazione e governance.

New York e Londra rivendicano rispettivamente il primo e il secondo posto come città più globali al mondo nell’indice 2017, mentre San Francisco ha conquistato il primo posto nel Global Cities Outlook, che valuta il potenziale futuro di una città leader di brevetti pro capite e con un alto livello di investimenti privati e incubatori.

New York ha ottenuto il primo posto in classifica grazie alla performance nello scambio di informazioni, con una posizione più elevata rispetto a Londra nell’impegno politico e nella leadership per l’economia. Londra, da parte sua, ha registrato invece un calo più significativo delle attività commerciali rispetto al 2016.

Sempre secondo questo studio, negli ultimi due anni Parigi ha continuato a migliorare la sua posizione in Outlook e ora sta sfidando San Francisco e New York, in gran parte spinta da aumenti significativi degli investimenti esteri diretti (IED) e da un rilevante miglioramento delle infrastrutture.
Ma ci sono altri fattori, determinati dalla politica e dalla pressione sociale, che condizionano le classifiche.

Come conferma lo stesso Mike Hales, fondatore della società che ha redatto lo studio (tra i più attendibili in base agli indicatori di ricerca utilizzati), “il 2017 è stato caratterizzato da eventi geopolitici che hanno colpito profondamente le città di tutto il mondo e che contribuiranno a modellare le classifiche future, come la Brexit, le elezioni in Francia e Germania e le elezioni presidenziali e congressuali negli Stati Uniti. Tutti questi fattori messi insieme, sono fattori globali significativi che avranno conseguenze a lungo termine sulle decisioni di investimento da parte delle città e dei leader aziendali”.

L’aspetto della governance politica è uno degli indicatori più determinanti nel garantire il successo o l’insuccesso di una città. Lo vediamo molto bene in Italia con Roma e Milano, lo vediamo negli Stati Uniti con San Francisco e Chicago, modelli differenti di gestione che portano a risultati differenti sia nella qualità della vita di chi queste città le vive, sia nella percezione che il resto del mondo ha di questi luoghi.

“Con numerose elezioni di alto profilo in tutto il mondo nel 2016 e all’inizio del 2017”, dice ancora Hales – e noi potremmo aggiungere anche le elezioni di marzo in Italia – “l’importanza dell’impegno politico rimane elevata nel determinare quali città occupano i gradini alti dell’indicatore. Le città con un governo stabile e una cittadinanza attiva sono pronte per una crescita continua, così come abbiamo anche visto che le istituzioni culturali vivaci vanno di pari passo con una solida comunità imprenditoriale”.

Quest’anno, un tema chiave analizzato dal Global Cities Index è stato l’investimento nello sviluppo di ecosistemi di start-up, un fattore la cui importanza aumenterà e sarà valutabile solo in futuro.

Le ricerche che hanno contribuito a Global Cities 2017 hanno rivelato che i principali ecosistemi di start-up potrebbero essere meglio identificati attraverso quattro fattori chiave, tra cui la vicinanza ai partner per l’innovazione, l’accesso ai talenti, le normative locali di supporto e infrastrutture di alta qualità.

“Gli ecosistemi di start-up sono stati un elemento determinante per il successo di città come Valencia, Melbourne, Amsterdam, Stoccolma”, si legge nel rapporto. “Anche le grandi organizzazioni considerano la scena di start-up un importante barometro per determinare dove investire e dove posizionare le strutture aziendali centrali”.

Lo abbiamo visto di recente con il caso delle agenzie internazionali che lasciano Londra per sbarcare in qualche altra città europea. Nell’economia di scelte di questo tipo, fatto salvo il fattore “caso”, che ha portato l’Agenzia Europea per i Medicinali ad Amsterdam piuttosto che a Milano, avere certe caratteristiche o non averle non è la stessa cosa. Le città che ricoprono la parte alta degli standard considerati hanno opportunità di crescita maggiori e possono entrare in relazione con altri spazi metropolitani che mostrano le medesime caratteristiche.

Torniamo quindi a una delle domande iniziali: perché è importante sapere quali sono le città più promettenti del futuro?
Per capirne il modello e riflettere sulla sua esportabilità.

Per orientare, sull’esempio delle più virtuose, scelte e programmazioni delle pubbliche amministrazioni. Per compararne i modelli e metterne a punto di nuovi che abbiano come obiettivo il raggiungimento degli standard di qualità. Perché la posta in gioco non è solo il futuro di una città, ma di tutto il territorio a essa connesso. Mai come oggi infatti, le grandi città sono punto di riferimento per le tante altre realtà medio-piccole che da esse si sentono rappresentate e alle quali chiedono di promuovere la propria specialità su scala molto più ampia, internazionale. Una volta individuati i parametri, come la capacità di offrire lavoro, la capacità di innovare, la connessione tra le realtà produttive, l’inclusione sociale e un’offerta culturale/formativa di qualità, come nel caso di tutte le città-metropoli considerate nello studio, i modelli di governance dovrebbero formarsi di conseguenza.

Perché di una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.