La nuova moda dello streetwear e delle passerelle underground: Supreme alla guida del ritorno al bello.

 

di JACOPO POZZATI

 

Quindici anni fa passavo notti intere a bramare, cercare, biddare, lottare per varie limited edition di Nike, Adidas, Jordan Brand o per pezzi esclusivi di abbigliamento che si trovavano solamente su eBay, Eastbay, Pickyourshoes.com eccetera. Notti intere mangiando junk food con il mio amico Cristiano Rinaldi aka Dj Uovo, aka Memoryman, urlando e lanciando joystick in aria mentre giocavamo alla PlayStation aspettando che le aste finissero o che qualche altro utente da chissà quale parte del globo non superasse o pareggiasse la nostra offerta.

Quello che ora chiamiamo social media, e-commerce, reselling, trade and sell, grey market, 20-25 anni fa era la nostra passione per Andre Agassi e i suoi “Nike short 2 in 1” in denim, la Jordan 1 “Banned”, lo Showtime dei Lakers, Bo Jackson e il suo essere incredibilmente All Star sia nel football sia nel baseball…Per non parlare del più grande di sempre: Marvin Gaye che canta l’inno nazionale americano ubriaco fradicio all’All-Star Game del 1983 al Forum di Los Angeles La Polo Snow Beach indossata da Raekwon e rieditata il mese scorso dal Cavallino o la Coogi di Biggie Smalls aka Notorious Big, la prima Supreme nata in Lafayette Street.

Oggi, dove tutto è immediato e i telefonini sono le nostre scatole nere, pensate a Michael Jordan, ad Alì, ai Rolling Stones o all’omicidio di Kennedy ampliati dalla rete e dai media.
Vi rispondo con una famosissima citazione di John McEnroe: “You cannot be serious!”
Vere icone, artisti unici, personaggi e momenti che in America definiscono “larger than life”. Ai giorni nostri avrebbero avuto una risonanza tale da far impallidire la velocità con cui facciamo Bitcoin trading.

Dico questo perché ora è più facile pagare un influencer – termine che aborro – svariate migliaia di euro per postare o indossare a tutto spiano un prodotto per lanciare un brand a discapito della cura dei materiali, della vestibilità, dei tagli, delle sfilate che una volta differenziavano una grande casa di moda da una mediocre.

Paragonare i miei 15-25 anni di allora alla generazione attuale, sarebbe come mettere a confronto i pony express di una volta con Uber.
In tutto questo enorme meltin pot di fast fashion però, nei primi anni Novanta sono nate realtà innovative e irripetibili come Supreme. Born and raised nel ‘94 in Lafayette Street a New York – dove ai tempi dopo le 6 di sera non ti azzardavi a camminare con 50 dollari in tasca – nonostante il suo enorme successo è rimasta fedele alle sue origini: lo skate e la sua subculture (Lords of Dogtown insegna).

Vestiti, grafiche, trick, cannabis, nessuna frontiera, cosmopolitismo e libertà di espressione. Lo skate e i suoi attori protagonisti come Tony Hawk e Mike Vallely e brand della stessa generazione e dall’identico DNA di Supreme (come Parachute, Stüssy, Nowhere, Undefeated, Pervert, Union), hanno esplorato e aperto nuovi orizzonti arrivando ad avere follower moderni di nicchia ma anche di successo come Palace, Fucking Awesome, Bianca Chandon e svariati altri brand nati grazie all’heritage e all’awareness che hanno portato in dote questi anni Novanta.

Supreme era, è e sarà un fenomeno irripetibile, sperando che la parziale vendita al Fondo Carlyle non deturpi le sue origini, anche se ne dubito fortemente perché James Jebbia e il suo team hanno le idee ben chiare.

Unico marchio che, in piccolo, ricalca le orme di Supreme è Noah. Capitanato dall’ex direttore creativo di Supreme Brendon Babenzien, segue lo stesso modus operandi di Jebbia con l’aggiunta di una ricerca dei tessuti pazzesca, al limite del maniacale.

Ora ci stupiamo di Supreme, o del brand Off-White (altro grande successo nel settore) e onore per sempre a due geni come Jebbia e Virgil Abloh a tutto il NGG Group (New Guards Group, proprietario del marchio Off-White, tra gli altri). Tuttavia, se con la macchina del tempo andassimo indietro di 15 anni vedremmo che queste icone di oggi non sono troppo distanti da ciò che sono stati Abercrombie & Fitch (A&F) e Dsquared2.

Per un non americano, ancor di più per un non “Yorker”, A&F possedeva svariate similitudini con Supreme: no distribuzione, layout di negozio innovativo, no vendita online e store fisico sperduto al Pier 17 a New York, dove nemmeno i taxi sapevano arrivare. Eppure vestire Abercrombie significava – per i non residenti – indossare un simbolo della grande mela.

Se invece volessimo correlare Off-White a un altro brand, basterebbe andare online e guardare una sfilata di Dsquared2 di 10-15 anni fa: troveremmo particolari e attenzioni talmente attuali da sembrare futuristiche anche al giorno d’oggi. Mi riferisco a musiche, scenografia, posizioni dei loghi, ospiti, packaging degli inviti, tessuti e pattern; tutto questo correlato a una crescita vertiginosa avuta da un anno all’altro in termini di awareness e fatturato. Ebbene sì, ne sono certo: Off-White è la Dsquared2 3.0.
Ormai lo streetwear e il workwear regnano sovrani anche dentro collezioni di geni senza tempo come Yamamoto, Watanabe, Raf Simons, Lanvin, Prada, ma i veri burattinai del gioco, che dirigono tutto come in un Minority Report “reale” 24 ore su 24 sono i media, i social network, i contenuti organici e la velocità pazzesca con cui ci muoviamo da un argomento all’altro.

E lo scrivo con la consapevolezza di essere dipendente da questi mezzi. Se sono in riunione e non tocca a me parlare, pur ascoltando e non perdendo mai il filo del discorso, mi trovo simultaneamente a “scrollare” su Instagram (sono drogato di questo social) con la mano sinistra e a rispondere alle mail con la destra. Se questo non è un enorme Truman Show ditemi cosa lo è.

Tutta questa velocità è un bene ma ogni tanto è anche una sorta di maledizione.
Si sono persi l’amore per la fisicità del prodotto, la voglia di provare i capi… in generale si è perso il buongusto in favore dell’immediatezza degli smartphone. Purtroppo è un fenomeno dilagante, sia nella fascia 18-28 anni sia ahimè, in quella 12-17, anni durante i quali non si dovrebbe nemmeno pensare a queste cose.

Eppure io amo entrambi i lati di questa “medaglia” fatta di dinamismo e artigianalità. Il primo, dove tutto è veloce, frenetico, metodico, capitanato da “Highsnobiety” (i migliori, credo), che da semplice blog di streetwear nato per caso dalla mente dell’ingegnere svizzero David Fischer, in 10 anni è diventato uno dei leader mondiali della moda raccontata sul web con sedi importanti a Berlino e New York e con svariate joint venture in altre key-cities mondiali. Altro esempio degno di nota è Stadium Goods, negozio di reselling tra Soho e Tribeca che in pochissimi anni ha stretto partnership importanti con Zalando, Alibaba, Amazon e – notizia di pochi giorni fa – riceve fondi per svariati milioni di euro da LVMH Luxury Ventures.

Tutto questo è incredibile!

L’altro lato della medaglia invece, vede il ritorno di Hedi Slimane alla direzione creativa di Céline e l’avvento di giovani designer che, credendo ancora che ci sia gioia nel disegnare e produrre con qualità, lanciano (o rilanciano) brand nei quali il prodotto parla prima della sua comunicazione. Jil Sander, Arc’teryx Veilance, OAMC, Stone Island sono solo alcuni esempi.

Questi due mondi convivono in armonia e rispecchiano tanto me quanto il mondo attuale. Se volessi paragonarli alla mia educazione alimentare, penserei alla mia domenica: un bel piatto di tagliatelle al ragù dopo un match di padel e per cena dei ravioli gyoza, che fino a 10 anni fa nemmeno sapevo cosa fossero.

In conclusione sento di aver capito una cosa: alla soglia dei 40 anni sto diventando un “pelino” anziano, ma sono ancora al passo con i tempi perché sto vivendo a cavallo tra due interessantissime generazioni…
Non vedo l’ora di vivere quest’epoca di ritorno al bello!