La presa di coscienza del consumatore a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio è da considerarsi soprattutto come un fenomeno sociale, ed è interessante analizzare quanto abbia influito sulle abitudini di consumo ma anche sul modo di comunicare e sulle scelte delle aziende.

Queste si sono trovate ad avere a che fare non più con una comparsa da tenere volutamente ai margini dei meccanismi commerciali ma con un protagonista ingombrante che gioca il ruolo dell’avvocato del diavolo in un mondo che cerca in tutti i modi di compiacerlo per condurlo al proprio abbeveratoio.
Si è passati, in poco tempo, da una condizione di “passività” – in cui il consumatore si limitava a restare ammaliato dalle promesse della comunicazione – ad un utente “attivo” in grado di porsi con l’atteggiamento critico di chi cerca risposte che vadano oltre la coltre di frizzi e lazzi della pubblicità canonica.

Con la complicità di Internet e di comunicazioni sempre più rapide, questa inversione di tendenza non ha risparmiato nessun settore; informazioni a cui prima era difficile risalire adesso possono essere trovate semplicemente digitando su un motore di ricerca le giuste keywords. Il mondo è cambiato in fretta e in molti hanno iniziato ad interrogarsi sul proprio modo di vivere e di sfruttare le risorse del pianeta.
Il dibattito etico si è acceso su più fronti, compreso quello alimentare; ad un tratto milioni di persone hanno iniziato a ragionare davvero su quello che mettevano nel piatto: da dove viene? Come viene prodotto? Da chi? In che modo influisce sul cambiamento climatico?
In una realtà in cui, per convincere una fetta sempre maggiore di potenziali clienti non basta più solo mettere insieme una campagna di comunicazione accattivante, si sono dovute trovare soluzioni alternative, studiando e immettendo sul mercato prodotti innovativi, certo, ma anche sostenibili e green. Accanto al problema però, si è presentata anche una grande opportunità; se è vero che il consumatore è diventato più attento ed esigente, è altrettanto vero che è disposto a spendere di più per un prodotto ecosostenibile.
Come fare, dunque, per rispondere a questa nuova esigenza? Tecnologia e ricerca, già impiegate per lo sviluppo di prodotti più performanti, sono diventate fondamentali.
Basti pensare ai grandi sforzi fatti per rendere totalmente riciclabili, compostabili o biodegradabili i pack dei prodotti o, al contrario, per ottenerne di totalmente eco friendly partendo da materiali riciclati. In questo ambito, esempio virtuoso è il PackLab dell’Università degli studi di Milano che da 30 anni studia tecnologie per garantire la sicurezza degli alimenti confezionati. Al Lab si rivolgono tutte quelle aziende che strizzano l’occhio alle tematiche ambientali ma attente anche alla conservazione e durabilità del cibo con lo scopo di diminuire il costo degli imballaggi ma soprattutto di evitare sprechi e perdite alimentari.

Un grande traguardo se si pensa alla regolamentazione dei MOCA (materiali e oggetti a contatto con gli alimenti) e alle severe misure che vengono prese negli stabilimenti affinché gli alimenti non siano contaminati durante le fasi di lavorazione, imballaggio e conservazione con materiali non idonei che potrebbero rilasciare sostanze dannose. La corsa all’innovazione si registra anche nel settore agricolo che vede la nascita dell’agricoltura 4.0 o “smart”, ad indicare il profondo legame con la tecnologia che consentirà, grazie ad Internet, computer e strumentazioni sofisticate, la condivisione di informazioni preziose tra i diversi operatori della filiera; permettendo maggiore sicurezza e controllo dei processi produttivi, ottimizzazione dei costi e tracciabilità. E se ci fossero ancora dubbi su come la tecnologia riesca ad influenzare le tendenze food, basti pensare ai prototipi di stampanti 3D per pasta fresca presentate da Barilla lo scorso anno o a Foodini, la stampante 3D per prodotti alimentari che, in un futuro non troppo lontano, ci permetterà persino di cuocere il cibo.
Se da un lato le aziende si sono spese investendo in tecnologia sempre più avanzata, dall’altro molti consumatori hanno optato per una sorta di ritorno alle origini che si è tradotto, di fatto, in un riavvicinamento al naturale e al “fatto in casa” partendo da materie prime considerate sane e genuine.
Espressioni come “biologico”, “chilometro zero” e “filiera corta” si sono imposte come indicatori di qualità tanto da convincere persino le grandi catene di supermercati a dedicare interi reparti a questa categoria di prodotti. Promotrici di questa filosofia sono state anche realtà come Slow Food, che ha fatto del cibo sano e buono la sua bandiera, ponendo l’accento anche sul tema degli sprechi alimentari e della sostenibilità. Tema, quello del food waste, ripreso anche da grandi chef: Massimo Bottura, ad esempio, col suo “Refettorio Ambrosiano” ha voluto dimostrare come sia possibile ridurre gli sprechi preparando pasti per i bisognosi partendo dalle eccedenze. C’è poi chi, approfittando di questo trend, ha basato il proprio business sull’ossessione dei consumatori per la qualità del cibo, facendosi dare una mano dalla tecnologia per arrivare nelle case di tutti gli italiani. È il caso di realtà come Toc Toc Fruit e Cortilia che consegnano “cassette” di frutta e verdura, rigorosamente di stagione, scelte attraverso una filiera di coltivatori selezionati.
Come? Basta collegarsi al sito internet e personalizzare in pochi click la propria spesa.

Questi sono esempi di come realtà apparentemente lontane siano in sostanza due facce della stessa medaglia e di quanto la tecnologia permei così tanto la nostra vita consentendoci di raggiungere traguardi considerevoli, che si parli di tematiche ambientali o alimentari.

È evidente che il futuro ci riserverà una commistione sempre maggiore di questi due mondi, che dobbiamo vedere come strade complementari per raggiungere obiettivi importanti quali la salvaguardia dell’ambiente e la qualità di quello che mettiamo nel piatto.

D.Nania